giovedì 23 luglio 2009

Allevamenti intensivi: possibili conseguenze



Al telegiornale si continua a parlare del caldo e dei condizionatori, delle cazzate di Testa d'asfalto e le risposte dell'inesistente opposizione...
Solo su internet qualcuno comincia a parlare dei grossi problemi globali relativi allo sfruttamento intensivo delle risorse planetarie ed al loro vicino collasso...
Ma non è allarmismo: è come se non dicessi nulla a chi guida la mia auto e stà andando contro un palo!


Da una ricerca statunitense: Le conseguenze globali della zootecnia intensiva
17-07-2009 - Fonte: Enrico Moriconi

Una corposa ricerca intitolata Carne in tavola: l’industria dell’allevamento in America, Progetto the Pew Charitable Trusts and Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health” dimostra chiaramente che le preoccupazioni per gli allevamenti intensivi come fonte di contagio di malattie per le persone sono fondate.

L’argomento è ritornato di prepotente attualità dopo la diffusione dell’influenza suina e lo studio conferma con autorevolezza il ruolo degli allevamenti intensivi nella creazione di nuovi agenti infettanti e nella loro diffusione sia negli animali sia tra le persone. Rilevante è il fatto che molte delle conclusioni a cui arriva il lavoro sono oggetto da anni di denuncia da parte dei movimenti ambientalisti e animalisti.

Lo studio citato esamina il problema delle malattie infettive e degli allevamenti sotto diversi punti di vista.
Innanzi tutto richiama l’attenzione sul fatto che è esposto alla contaminazione degli agenti infettanti, in modo più frequente e a concentrazioni più alte, chi è direttamente coinvolto nella produzione e che il rischio diminuisce proporzionalmente al contatto, cioè per quanto più o meno tempo si rimane dentro o in prossimità dell’allevamento.

All’esterno la diffusione avviene tramite la contaminazione delle acque reflue e si può estendere alle acque potabili, propagandosi anche a grande distanza dalla sorgente iniziale, come ha mostrato anche la recente trasmissione Report. Se poi gli agenti patogeni sono infettivi per le persone, come nel caso dell’influenza aviare, possono diffondersi nella comunità e persistere durante i processi di lavorazione della carne e contaminare i consumatori di prodotti animali…

La ricerca ammette che gli agenti infettanti si possono più facilmente trasmettere dagli allevamenti intensivi alle persone perché il rischio di ammalarsi per gli animali è più alto che altrove, legato alla quantità di animali stabulati insieme in spazi ristretti e alle caratteristiche degli allevamenti dove il cibo e il trattamento sono finalizzati alla crescita rapida, insieme di condizioni che creano le opportunità per i patogeni di trasmissione agli umani.

In particolare, viene detto che tre fattori concorrono ad aumentare il rischio: il prolungato contatto dei lavoratori con gli animali, l’aumentata trasmissibilità dei patogeni nei gruppi di animali e l’accresciuta possibilità di una antibiotico-resistenza ai batteri e ai nuovi agenti infettivi. Anche lo stress indotto dal costrizione in spazi ridotti aumenta la possibilità di infezione e malattia nella popolazione animale.

Anche i sempre più frequenti episodi di nuove forme virali sono messi in relazione con gli allevamenti intensivi. La concentrazione degli animali negli allevamenti intensivi rende possibile la creazione di molte vie di trasmissione degli agenti infettivi negli animali; gli agenti infettanti così possono evolvere diventando più virulenti, anche perché nella popolazione infetta si realizzano numerosi eventi di trasmissione e di co-infezioni, cioè trasmissione tra soggetti diversi oppure virulentazione di agenti infettanti che si mescolano tra di loro. L’allevamento industriale facilita quindi la nascita di nuovi agenti infettivi proprio per il fatto che vi sono molti animali rinchiusi insieme.

Anche la presenza di animali con forme asintomatiche può diffondere l’infezione prima che si possano individuare.
Lo studio denuncia che numerose infezioni note possono essere trasmesse tra umani e animali; in effetti su più di 1.400 patogeni umani documentati, circa il 64% sono zoonosici (Woolhouse e Gowtage-Sequeria, 2005; Woolhouse et al.,2001) . Degno di nota il fatto che tali agenti zoonosici sono in relazione proprio con gli allevamenti intensivi e non con la convivenza domestica degli animali compagni o con la prossimità dei sinantropi (come i colombi, eccetera).

Per quanto riguarda il problema del consumo di sostanze alimentari animali si dice che i sistemi di allevamento degli allevamenti intensivi possono aumentare significativamente la forme patogene per i consumatori di prodotti animali. Secondo lo studio ne sarebbe interessata l’intera catena produttiva. Infatti ogni area, passaggio, della filiera della produzione di carne bovina, pollame, uova e latticini (pratiche manuali, lavorazioni della carne, trasporto e allevamento) può contribuire alle sindromi zoonosiche e alla contaminazione (Gilchrist et al.,2007).

La ricerca indica due esempi significativi sottolineando come “il recente richiamo serio e di alto profilo riguardante Escherichia Coli O157:H7 e Salmonella enterica serve a ricordare drammaticamente questo rischio” (di trasmissione dagli animali alle persone). Si citano così dei dati: nel 1999 un rapporto stimava che l’infezione da E. Coli O157:H7 causava approssimativamente 73.000 forme patologiche all’anno con più di 2000 ospedalizzazioni e 60 morti negli Usa (Mead et al., 1999), con costi stimati in 405 milioni di dollari, 370 per i morti, 30 per la cure mediche, e 55 milioni per il calo di produttività (Frenzen et al., 2005). Si ammette che il concime animale, specialmente dei bovini, possa essere la fonte primaria di questa batteremia, e il consumo di cibo e acqua contaminata dalle deiezioni animali è la maggiore via di infezione umana.

Nell’eziologia della malattia si deve considerare che negli allevamenti intensivi molti animali possono essere debolmente colpiti e passare inosservati e quindi diffondere l’infezione senza che si prendano iniziative di controllo.
Altri complicazioni sono relative al fatto che, in molti casi, è veramente difficile diagnosticare il patogeno: Salmonella enterica ad esempio è nota per colonizzare il tratto intestinale degli uccelli, senza causare sindromi visibili (Suzuki, 1994), oppure, come noto, può infettare le ovaie e trasferire il microrganismo nelle uova. Anche se la frequenza della contaminazione nelle uova è bassa , circa 1 ogni 20.000 uova, il grande numero di uova prodotte - 65 miliardi negli Usa ogni anno – fa sì che la contaminazione da uova rappresenti una fonte significativa di esposizione umana.
Relativamente a questo punto, il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) stima che la decontaminazione da SE nelle uova diminuirebbe di circa 180.000 casi di malattia negli Usa (Schroeder et al., 2005).

Un ulteriore elemento negativo degli allevamenti intensivi è l’alimentazione ottimizzata per ridurre il tempo necessario alla crescita per la vendita, aumentare l’efficienza della conversione del cibo e delle proteine, assicurare la sopravvivenza e l’uniformità degli animali. Questo determina l’introduzione nella dieta di molte sostanze chimiche che possono favorire la diffusione di forme patogene perché deprimono le difese immunitarie. Si possono anche utilizzare sostanze direttamente pericolose per la salute umana come derivati e composti arsenicati, utilizzati per aumentare l’appetito degli animali.

Infine si punta il dito contro l’uso indiscriminato degli antibiotici, come integratori per indurre una più rapida crescita, che favorisce l’antibiotico resistenza, cioè la non reazione alla somministrazione dei chemioterapici come cura in caso di forme patologiche.
La Infection Disease Society of America (ISDA) ha dichiarato che le infezioni antibiotico resistenti sono una epidemia negli Usa (Spelberg et al., 2008) mentre la CDC (Centers for Disease Control and Prevention) stima che circa 2 milioni di persone all’anno contraggono infezioni antibiotico resistenti e di queste 90.000 muoiono. Per tali eventi i costi stimati, dieci anni fa, ammontavano tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, ma oggi sono certamente più alti visto l’aumentare della sindrome (Harrison et al., 1998).

Le conclusioni del lavoro non lasciano molti dubbi: infatti si afferma che le preoccupazioni relative alle questioni esaminate, resistenza antimicrobica, trasferimento di sindromi dagli animali all’uomo, impatto sulla salute dei lavoratori e delle comunità, sono problematiche degli allevamenti o dell’agricoltura e riguardano anche l’economia industriale che causa significative sconvolgimenti ecologici, i quali sono una della maggiori cause di malattie.

Con un atteggiamento molto calvinista, si dice che microbi sono sempre esistiti e sempre esisteranno ma stanno diventando sempre più veloci ad adattarsi; in questo senso la dimensione e la concentrazione degli allevamenti industriali facilita il ruolo di attacco degli agenti patogeni nei confronti della popolazione umana.
Per tutti questi motivi la Commissione indica al Governo federale e agli industriali di agricoltura e allevamento queste cause di preoccupazione per la salute pubblica, per una politica di riduzione dei rischi che dovrebbe interessare tutti i governi.

Queste conclusioni sono in linea con quanto da tempo affermato dai movimenti ambientalisti e animalisti di tutto il mondo. Purtroppo pochi ci ascoltano, specialmente in Italia, dove la puntata della trasmissione Report citata a inizio articolo, ha dimostrato la totale noncuranza delle prescrizioni di legge da parte degli allevatori, dei produttori e somministratori di farmaci – vale a dire i veterinari pubblici e privati – e naturalmente dei politici che coprono loro le spalle, come ho già detto in un altro articolo.

Enrico Moriconi

www.unaltralimentazione.org

mercoledì 15 luglio 2009

Sri Chinmoy





Aspiriamo all’armonia,
nella vita interiore ed esteriore.
Dò profondo valore all'unità
di tutti gli esseri umani.


A scuola ci hanno insegnato ed abbiamo letto sui libri di testo delle gesta di uomini che muovevano eserciti e conquistavano altre nazioni, spinti dalla brama di potere e nel tentativo di avere un controllo totale sulla vita degli altri.
Qualcuno invece, di cui non parla nessuno, ha dedicato la sua vita a capire cosa veramente noi siamo: guardando dentro se stesso .
Qualcuno ha dedicato il esto della vita a elargire come un profumo da un fiore la conoscenza acquisita dalle proprie esperienze: per cercare di "risvegliare" altri uomini.
Questa è la vera rivoluzione e non guerre o scrivere libri di economia globale...
Cambiare l'uomo per cambiare il mondo.
Uno di questi uomini fantastici è Sri Chinmoy.
Grazie Sri: rimani con noi e guida il nostro spirito verso l'illuminazione.

sito:
http://www.srichinmoy.org/italiano/

sabato 11 luglio 2009

Una scelta importante...



Pubblico una lettera importante perchè spiega molte cose...

A voi ora la scelta

Lettera aperta ai vegetariani
di Marina Berati (marzo 2002)

Questa lettera è indirizzata a chi è vegetariano per motivi etici, ma non ancora vegano. Cosa voglio trasmettervi, in queste pagine? Voglio convincervi a diventare vegani, ve lo dico subito. Voglio spiegarvi perché lo sono diventata io, nella speranza che gli stessi meccanismi di pensiero e di empatia funzionino anche in voi. Forse pensate che sarebbe più utile convincere i carnivori a diventare vegetariani, piuttosto. Ovviamente va fatto anche questo, e le facciamo ogni giorno con tante iniziative, ma qui, in questa lettera, voglio comunicare con voi, voi vegetariani, che già sentite, come me, orrore e rabbia al solo pensiero che un animale possa essere ucciso, angoscia e furore per gli allevamenti, i pescherecci, i macelli. Così possiamo ragionare su basi comuni. E questo è un compito altrettanto importante, perché si tratta, anche in questo caso, di salvare delle vite.

Io sono stata vegetariana per nove anni. Non vi spiego i motivi, perché sono gli stessi vostri. Credevo che non sarei mai diventata vegana. Non è necessario, pensavo. Quello che voglio è non uccidere. E consumando latte e uova non si uccide nessuno. E' vero che c'è dello sfruttamento dietro gli allevamenti di galline ovaiole e mucche da latte. Ma il problema, allora, è cambiare i metodi di allevamento, di trattamento degli animali. Non è la produzione in sé di latte e uova, il problema. E' il metodo. Quindi, in linea di principio, mangiare questi alimenti non è sbagliato. Perché, comunque, non uccide. Devo dire che forse, anche fosse vero che il consumo di latte e uova non uccide gli animali, questo ragionamento non sarebbe stato molto valido, perché occorre comunque dissociarsi e non contribuire allo sfruttamento, quando esiste. Ma questo è quel che pensavo, e ne ero convinta. Forse anche molti di voi ne sono convinti, e, per essere più in linea coi propri principi, consumano solo uova di galline allevate a terra, o di piccole fattorie, e latte di allevamenti non intensivi.

Purtroppo, purtroppo per gli animali, intendo, questo non basta, perché c'è un problema in più: non è "solo" una questione di sfruttamento. Ma di uccisione. Perché anche il consumo di latte e uova implica, necessariamente, l'uccisione di animali. Non gli stessi individui che producono questi "alimenti" (o almeno, non subito), ma loro simili, i loro figli, che devono morire affinché questa produzione sia possibile. E' matematicamente, statisticamente, economicamente impossibile produrre latte e uova senza uccidere un altissimo numero di animali. Vi spiegherò ora perché. Per cui, alla fine, se avete scelto di essere vegetariani per non uccidere dovete, per lo stesso motivo, diventare vegani. Il motivo è identico, quindi è una decisione facile da prendere, perché ci siete già passati una volta. Siete già convinti della sua validità.

Mi concentro sul fatto dell'uccisione proprio per questo: si trattasse solo di sfruttamento, uno potrebbe sempre scegliere di usare prodotti di allevamenti non intensivi (il che significherebbe comunque, se si è coerenti, limitare molto il proprio consumo, renderlo minimale, perché gli allevamenti non intensivi non possono certo fornire prodotti a tutta la popolazione della Terra, nella quantità oggi considerata abituale). Ma si tratta invece di morte. E, come vegetariani per motivi etici, siete di sicuro già convinti che non sia lecito UCCIDERE gli animali. Perciò, punto su questo.

Perché produrre uova significa uccidere animali? Sentiamolo prima dalle parole di un allevatore di galline ovaiole. Vediamo qual è la realtà. I fatti, solo i fatti. E vediamo di tradurre questo esempio in una regola generale.

MUCCA PAZZA: SOS SMALTIMENTO IN DISCARICA PER PULCINI MORTI (ANSA) - ASTI, 3 FEB 2001 - Preoccupazione per lo smaltimento in discarica di quintali di pulcini morti, prima destinati alle industrie produttrici di farine animali, è espresso dagli allevatori dell'astigiano. L' SOS viene, in particolare, dall'azienda "Valversa" di Cocconato dove c'è il più grande impianto italiano di incubatrici per pulcini. "Ogni settimana - spiega Valerio Costa, uno dei fratelli titolari dell'azienda - dalle nostre incubatrici nascono 260.000 pulcini. Circa metà sono femmine e vivono per diventare galline ovaiole, l'altra metà maschi e vengono uccisi". Ogni settimana, dunque, tra pulcini morti e gusci d'uova, circa 300 quintali di scarti riempiono almeno 2 autocarri che, fino a quindici giorni fa, erano destinati alle fabbriche per le farine animali a un costo di 30 lire al chilogrammo. Adesso il sindaco di Cocconato, Carlo Scagno, dopo aver sentito tutte le autorità sanitarie regionali, ha emesso un'ordinanza che consente lo smaltimento nella discarica torinese di Basse di Stura per una spesa di circa 1.000 lire al chilo. "Non sappiamo - ha aggiunto il sindaco - fino a quando la discarica torinese potrà accogliere questi rifiuti speciali". D'altra parte "nell'azienda - afferma Costa - si lavora a pieno regime. Bloccare le incubatrici che ogni 21 giorni fanno nascere oltre un milione di pulcini e bloccare l'allevamento di oltre 50 mila galline che producono uova per le incubatrici, sarebbe un disastro". (ANSA).

Che cosa si ricava da questo, in sostanza? Che, mediamente, al fine di far nascere una gallina ovaiola, un pulcino maschio viene ucciso. Nella maggior parte dei casi viene ucciso subito, tritato, soffocato, gasato. Questo è il caso più "fortunato" per lui. In alcuni altri casi, vive qualche settimana per poi essere macellato come pollo. E questo vale ovviamente anche per le galline dei piccoli pollai a conduzione familiare o amatoriale. Anche per quelle galline che non finiranno mai macellate (come invece finiscono macellate quelle ovaiole degli allevamenti intensivi, in gabbia o a terra che siano, a fine carriera). Se in un pollaio ci sono anche solo cinque galline, da qualche parte saranno nate, no? Non ci sono di certo anche cinque galli, lo dice pure il proverbio... Al più, un gallo. E gli altri quattro, che statisticamente devono essere nati per poter aver le cinque galline femmine? Uccisi. Da qualunque posto venissero le galline. Questa è solo logica, e statistica.

Veniamo al latte. Perché la sua produzione comporta l'uccisione di animali (a parte le mucche da latte stesse, a fine carriera)?

Un esempio, dal mondo reale della produzione della mozzarella di bufala, una testimonianza di prima mano (apparsa in una mailing list a diffusione pubblica):

12 marzo 2002 - Il 12 di febbraio ultimo scorso, tornando a casa, ho intravisto una grande macchia scura sul bordo della strada. Avvicinandomi, ho visto che "la cosa"... era un bufalotto di alcuni giorni, ancora vivo. Devo dire che diverse volte negli anni mi è capitato di vedere carogne di bufalotti nei campi e lungo le strade, e ho sempre pensato che fossero morti di malattie perinatali. Ho segnalato il fatto all'autorità competente che è intervenuta per rimuovere la carcassa. Ma questa volta non si trattava di un cadavere, era un animale vivo. Un bufalotto maschio, senza marca nell'orecchio, senza padrone. L'ho caricato in macchina e l'ho portato a casa. Ho chiamato subito il Servizio Veterinario il cui responsabile ha detto che posso tenerlo per farlo crescere, perché probabilmente è stato abbandonato essendo un maschio. Allora i maschi vengono abbandonati? Si, mi è stato risposto, è l'abitudine in zona. Per legalizzarlo sono andata ai Carabinieri per fare la denuncia di "ritrovo". Anche il Comandante "sapeva": i maschi si uccidono, si lasciano lungo le strade, è "normale", non servono, non danno latte. Si parlava di soffocarli buttando la paglia in gola... Con il Servizio Veterinario abbiamo fatto i calcoli: circa 15.000 bufalotti maschi all'anno "non nascono" ufficialmente. Ma devono essere nati, perché la natura procura l'equilibrio: nascono tanti maschi come femmine. E se sono iscritti 40.000 bufali femmina devono essere minimo 15.000 i maschi che "spariscono". Ho sentito di altri "metodi" di uccisione: la maggior parte degli allevatori semplicemente lascia morire di fame i neonati, cioè li allontanano dalla mamma subito dopo il parto e non danno più attenzione. Muoiono! Basta! Ci sono quelli che li sotterrano vivi e ci sono quelli che li buttano nella fossa del letame. Qualche allevatore locale cresce i bufali maschi per la carne. Una percentuale molto bassa. Per il resto, per continuare a produrre mozzarella di bufala si dovrebbe organizzare una raccolta dei piccoli appena nati per portarli ai macelli.

Al di là dell'esempio specifico, per far produrre latte alla mucca occorre farle partorire un vitellino. Uno ogni anno, o ogni due, in ogni caso, se il vitellino è maschio non potrà vivere come "mucca da latte", perciò vivrà qualche mese e poi verrà macellato. I bufaletti fanno la stessa fine dei pulcini, ammazzati, o lasciati morire, appena nati. I vitellini invece vengono abitualmente mangiati, perciò vivono qualche mese per mettere su carne.

In conclusione, non è pensabile che possano essere mantenuti "a sbafo" animali improduttivi (i maschi). Anche nei piccoli allevamenti. Significherebbe raddoppiare i costi. E se mai gli allevatori e i consumatori diventassero così (e comunque ADESSO non lo sono e quindi ADESSO latte e uova implicano morte) tanto sensibili al benessere degli animali da consentire agli animali maschi di vivere... credete davvero che non sarebbe più probabile che si arrivasse invece a una semplice rinuncia a quella piccolissima quantità di prodotti animali che allevamenti di questo genere consentirebbero di ottenere?

Mi sembra così dimostrata, in termini logici, e in termini empatici (con i due esempi sopra riportati, che non possono non far inorridire un vegetariano), la necessità di diventare vegani. Il perché queste ragioni non siano immediatamente visibili non lo so, io stessa ci ho messo nove anni a rendermene conto. E ora sono vegana da cinque anni. Una volta scoperti i motivi, quale può essere la remora a diventare vegani? Solo qualche problema pratico in più. Maggiore difficoltà nel mangiare fuori casa. Minore scelta di cibi, e quindi qualche dubbio sul "ma cosa posso mangiare???" Perplessità sull'aspetto salutistico no, perché è noto che latte e uova di certo non fanno bene, anzi. Piuttosto, il non voler rinunciare alla mozzarella così buona o all'omelette alle verdure. Però... ci siamo già passati una volta, nella transizione da carnivori a vegetariani. E ce l'abbiamo fatta. Possiamo farcela anche questa volta. Dopotutto, questi sono gli stessi motivi che adducono i carnivori nel non voler diventare vegetariani. E noi, da vegetariani, non li accettiamo, vero?

Attenzione: è vero che facciamo già molto come vegetariani, e non possiamo essere perfetti, che non ridurremo mai a zero il nostro impatto negativo sul mondo e sugli animali, però... queste non possono essere delle ragioni per non fare il più possibile il prima possibile. Una volta che ci rendiamo conto del perché sia giusto e necessario.

Datevi tempo. Ma iniziate a pensarci. Grazie.

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