mercoledì 2 marzo 2011

Se niente importa...



Allego bellissimo articolo di Michela Tessariol a riguardo:
Se niente importa, non c’è niente da salvare. Questa considerazione offre a Jonathan Safran Foer lo spunto per una riflessione sull’industria dell’alimentazione e in particolare sulla produzione di carne. Una vicenda del tutto personale, quale la nascita del suo primo figlio, ha spinto lo scrittore a svolgere un’accurata indagine sugli allevamenti intensivi. Desideroso di conoscere il cibo che sarebbe finito nel piatto del suo bambino, consapevole che un’alimentazione sana è fondamentale per la buona salute, J.S. Foer ha dedicato tre anni di ricerche al mondo dell’allevamento industriale, tre anni in cui ha visto un continuo susseguirsi di scene raccapriccianti. Il risultato di queste ricerche non è un trattato scientifico, ma un libro in cui lo scrittore, con la schiettezza e il taglio narrativo che gli sono propri, ci racconta delle storie.

Sono storie di animali privi di storia, costretti a vite prive di vita, esistenze cancellate, trattati come fossero ingranaggi di un orologio da costruire. Se qualcosa si danneggia non ha importanza, se si rompe, economicamente è più conveniente gettarlo via che ripararlo. Nessun animale viene “riparato” (curato) negli allevamenti intensivi. Mai. Un pezzo di ricambio è sempre pronto all’uso. Non esistono singole vite negli allevamenti intensivi, e neppure vite di gruppo. Esiste solo il profitto.

Sono storie di polli e di tacchini, stipati in spazi grandi quanto un foglio A4. Non hanno spazio per muoversi né vedono mai la luce del sole. Il loro cibo consiste in mangimi addizionati con farmaci, i loro corpi vengono gonfiati con ormoni della crescita e imbottiti di antibiotici. La riproduzione di questi animali avviene in tutti i casi attraverso l’inseminazione artificiale, il cibo e la luce saranno loro somministrati in modo controllato per aumentare la produttività. Oggi i polli da carne arrivano alla macellazione dopo meno di 40 giorni dalla nascita, affetti da ogni tipo di deformità, infezioni, malattie respiratorie.
Un trattamento simile è riservato ai maiali, con amputazione senza anestesia di coda e denti a spillo nei piccoli, gabbie anguste, una mortalità nei maialini prima dello svezzamento che raggiunge una percentuale del quindici per cento.
L’autore si sofferma spesso a raccontare anche le crudeltà inflitte ai pesci, animali che sentiamo più distanti, ma che per questo non soffrono di meno.

Con le storie di questi animali, con le loro esistenze disprezzate e gettate via, J.S. Foer ci spinge a riflettere su due fronti. La prima domanda è ovvia: è lecito consumare ogni giorno un simile massacro solo per il gusto di mangiare carne? La seconda è meno immediata: quali conseguenze avranno tali forme di allevamento, in cui poco peso viene dato all’igiene e l’uso di antibiotici di ogni tipo è dilagante, sulla salute nostra, dei nostri figli, e sull’ambiente che ci circonda? Perché, è risaputo, l’allevamento intensivo è anche una delle maggiori cause di inquinamento. Negli Stati Uniti sono molte le battaglie legali intentate contro gli allevamenti industriali di maiali, ma ciò non spaventa le grandi aziende, per le quali pagare multe per aver inquinato è meno costoso che rinunciare all’intero sistema di allevamento intensivo. Un sistema solido, e ormai quasi esclusivo. Pochi sono gli allevamenti sani che sopravvivono alla dura legge del profitto. Sono allevamenti di modeste dimensioni, pochi ranch che continuano a campare grazie al coraggio e alla testardaggine di pochi allevatori. Allevamenti in cui gli animali vengono trattati come tali fino alla fine della loro vita. Se dobbiamo mangiarli, allora dimostriamo loro un minimo di riconoscenza. Sappiamo che toglieremo loro la vita, lasciamogli un minimo di dignità.

J.S. Foer non vuole farci diventare tutti vegetariani. Se non vogliamo essere vegetariani, cerchiamo di essere degli onnivori selettivi. E’ molto difficile, ma non impossibile. Il suo libro non è un manifesto del vegetarianismo, lui stesso lo ribadisce più volte, ma vuole essere un incoraggiamento a pensare di più, ad informarci, a capire per poter scegliere. Perché l’indifferenza nata dalla disinformazione e dal disinteresse è la peggiore malattia. D’altronde, se niente importa, non c’è niente da salvare.
fonte del post:
http://www.ilgrimaldello.com/2010/04/se-niente-importa/

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